ESG è l’acronimo del momento.

Lo troviamo ovunque: articoli, post su Linkedin, tavole rotonde, riunioni, webinar. Non si può più pronunciare la parola Real Estate senza associarla all’acronimo ESG. Siamo entrati nell’era dell’ESGmania. E questo è un gran bene. E’ un gran bene perché lo sviluppo sostenibile è stato una chimera inseguita da pochi fin dagli anni ’70, quando vide la luce il rapporto denominato “I Limiti della Crescita“, il cui messaggio primario era che non è ragionevole e nemmeno possibile pensare di proseguire verso “una crescita infinita quando il nostro pianeta è costituito da risorse naturali non rinnovabili”. I più ci hanno scherzato sopra perché non conoscevano ancora le conseguenze della crescita smodata che abbiamo vissuto dal dopo guerra ad oggi. Nel 1987 la Commissione mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite condivise il rapporto “Our Common Future”, nel quale si cerca una sintesi tra sviluppo e sostenibilità nel concetto di sviluppo sostenibile e ci si avvicina ulteriormente ai concetti che stanno alla base dell’ESG, acronimo che prende vita nel 2005. Ma è il 12 dicembre 2015 la data fondamentale per i temi della sostenibilità e per il Pianeta: i 197 Stati membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici firmano l’Accordo di Parigi e arrivano alla prima grande intesa universale e giuridicamente vincolante sul climate change. A Parigi si arriva a una scelta strategica che è di fondamentale importanza per il percorso ESG ma lo è soprattutto per il Pianeta: la decisione di contenere a lungo termine l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto della soglia di 2°C oltre i livelli pre-industriali e di limitare tale incremento a 1.5°C.

Il passaggio generazionale, che ha portato alla guida delle grandi aziende giovani manager preparati e lungimiranti, ha generato un’ondata di consapevolezza su questo argomento, condita dagli inequivocabili report degli scienziati e dai messaggi di premier dotati di senno e responsabilità. Il mondo sta cambiando grazie alla spinta delle nuove generazioni, che si sono rese conto degli errori commessi – in buona fede - da nonni e genitori che, spinti dal desiderio di migliorare le condizioni di vita proprie e dei propri figli, hanno inconsapevolmente prosciugato le risorse del pianeta.

E oggi siamo tutti di fronte a una nuova consapevolezza, ma non sappiamo cosa fare. Gli Asset Manager devono rispondere ai comitati di investimento dei fondi che chiedono un adeguamento degli asset ai criteri ESG. Di conseguenza, questi chiedono ai consulenti che cosa devono fare. E i consulenti rispondono che bisogna fare un’analisi e individuare una strategia che spesso prevede solo interventi di risparmio energetico, quando, invece, occorre implementare una strategia ESG a più ampio raggio per ciascun asset, dal momento che non tutti sanno che le certificazioni Leed, Breeam e Well garantiscono, oltre al rispetto della E, anche dei criteri legati alla S alla G. 

Mentre il mondo della finanza sta utilizzando in modo sempre più importante i criteri ESG per le proprie scelte di investimento, perché è stato ampiamente dimostrato che accanto a benefici di tipo reputazionale ci sono benefici concreti in termini di performance, gli investimenti immobiliari sono in fase di aperto dibattito alla ricerca della soluzione più idonea. E non si dica che l’immobiliare è un settore arretrato! Lo è forse, ma non nel modo in cui lo intendiamo: gli immobili sono oggetti vivi e complessi, realizzati ancora con un approccio artigianale, e tanti hanno “una certa età”. C’è una differenza profonda fra un’automobile o uno smartphone e un immobile dei primi del ‘900 in centro a Milano. L’applicazione dei principi finanziari agli immobili si scontra spesso con la realtà del manufatto. L’immobile non è un foglio Excel. E non è nemmeno un documento cartaceo, come lo statuto di un’azienda, che si può facilmente modificare per rientrare nei principi della Governance.

Tutti, quindi, cercano la soluzione migliore, ma grazie al dibattito aperto, il percorso è tracciato: bisogna solo stabilire dei parametri “social” e “governance” relativi agli investimenti immobiliari. E se l’ESG riguarda le persone, se gli immobili sono utilizzati da persone e se le aziende sono fatte di persone, allora questi parametri devono riguardare prima di tutto noi come singoli esseri umani. Perchè non spostare il focus dall’oggetto alla persona? E perché non diventare noi, singoli individui, promotori di buoni principi ESG? Che senso ha implementare l’ESG nella propria azienda se poi, a casa, non facciamo la raccolta differenziata, o se al lavoro trattiamo male un collega, o se strizziamo un fornitore per ottenere un ulteriore sconto perché lo stesso comitato che ci chiede l’ESG ci ha imposto rendimenti irraggiungibili?

Vi propongo questo “gioco”: ogni mattino pensiamo a tre cose che possiamo fare per rispettare ciascun principio, una cosa per la E, una per la S e una per la G. E la sera pensiamo a cosa abbiamo fatto di ESG nella nostra giornata.

Se tutti noi facessimo questo semplice esercizio e applicassimo i principi ESG alla persona, un circolo virtuoso guiderebbe le nostre vite e i criteri ESG diventerebbero principi naturali e universali. Come dice Neale Donald Walsch: “la tua vita non riguarda te, riguarda le vite di chiunque altro. E quando ascolti la tua essenza e applichi l’intento di curare il mondo, una magia ti muove e senti che la tua vita è benedetta”.